Intervista con Matteo Lombardi, facilitatore di Teatro dell’Oppresso in Casa Pace a Milano. Attualmente vive e lavora a Brno, Repubblica Ceca.

 

Intervista di settembre 2012, di Robert Klement.

“Imparare divertendosi è l'anima del saper diventare ‘adulti’.”
“Imparare divertendosi è l'anima del saper diventare ‘adulti’.”

...qualunque cosa dia potere alla gente

Robert: Qual’è stato il tuo percorso per arrivare al Teatro dell’Oppresso?

 

Matteo: Mi sono avvicinato tramite la mia ex-compagna che mi ha fatto conoscere Roberto Mazzini e tutta la compagnia GIOLLI. Facendo dei corsi con GIOLLI mi sono innamorato dello strumento. In cambio di poter fare la formazione ho iniziato a lavorare facendo l’attore per i loro forum. Ho cominciato a fare le cose nella prattica. Ho fatto dei forum a Parma e a Reggio Emilia, con le scuole ad Ascoli Piceno, e ho fatto un corso sulla non-violenza in alcuni quartieri di Napoli con Interventi Civili di Pace.

Poi ho conosciuto la LIVRES, quindi Paulo Senhor, Luca Agnelli e tutti quelli di Torino; anche Vitaliano Caimi, in Casa Pace, dove ho provato a portare il Teatro dell’Oppresso.

Fare formazione nel Teatro dell’Oppresso è un processo, un continuo percorso. Non si smette mai di imparare, non si smette mai di scoprire cose nuove. Dipende anche dai diversi stili di conduzione – che sono la cosa interessante del Teatro dell’Oppresso. Il Teatro dell’Oppresso è uno strumento che ognuno usa ed interpreta in modo suo, da cui ognuno tira fuori ed interpreta quello che vuole. Ognuno si trova degli obiettivi diversi – sia i gruppi, sia i singoli.

 

R: E da lì, come mai hai deciso di andare avanti?

 

M: Perchè ho visto le potenzialità dello strumento. Ho sempre fatto politica, da quando sono ragazzino. Ho iniziato a 13 anni facendo attività con la Rifondazione Communista. La cooperazione con la Rifondazione mi ha portato in Palestina nel 2004, mi ha portato a Genova, mi ha portato un sacco di cambiamenti nella vita. Facevo i collettivi studenteschi al Liceo Beccaria di Milano, poi sono andato a Lodi e ho creato un collettivo là. Sono passato dalla politica banale – da rappresentante di studenti nelle scuole e nei cortei studenteschi – a politiche istituzionali in cui mi ero candidato in zona in Bovisa [Milano].

Con il movimento dei collettivi studenteschi si è occupato poi il Cantiere, il centro sociale in Piazzale Lotto [Milano]; ho fatto 4anni nel Cantiere. Con i movimenti studenteschi erano entrati i disobedienti. Anche loro erano dei giovani communisti ai tempi, poi sono usciti e sono entrati in altre dinamiche politiche milanesi. Sono scappato un pò da queste dimaniche. Ho iniziato a fare politica per i fatti miei facendo Teatro dell’Oppresso. Mi ero un pò rotto del dover stare attento ai giochi delle dinamiche di potere. “Siamo tutti uguali, tutti decidono!”...e poi decide sempre il capetto di turno. Avevo capito che la politica a Milano è fatta in questi termini. La politica partitica e/o dei centri sociali a Milano è sempre stata una lotta tra gli eghi personali delle persone, cioè l’ego personale di diverse persone che gestivano i centri sociali e i movimenti, e le dinamiche politiche interne. E dopo mi sono scoglionato. Non sono il tipo che ha voglia di entrare in dinamiche di questo tipo. Cercavo una politica diversa, forse più sulla valorizzazione delle persone e sul dare degli strumenti alle persone – non commandare le persone, non fare il finto democratico o il finto partecipativo che, quando c’è qualcosa che non li va bene, decide che non si puoi fare.

 

R: Dal punto di aver conosciuto delle tecniche, di aver incominciato un percorso nuovo, al punto di metterle effettivamente in prattica - cos’è successo?

 

M: Una persona, Vitaliano Caimi, che mi ha detto “perchè devo venire io a farti la formazione, mettiti tu, prova.” “Ma sono pronto?”, ho risposto. “Non lo so, se non lo sai tu,” mi deceva, “io non sono quello che ti deve dire se sei pronto o no.” Lui è stato quello che mi ha detto “Tutti noi siamo pronti e tutti non lo siamo. Devi provare, devi vedere, devi sperimentare. Se non sbagli non saprai mai. E io non sono nessuno per dirti cosa puoi fare tu o no.” Quello che era uscito dal corso che avevo organizzato in Casa Pace era il concetto Io sono Potere.  Ti riscopri davvero e credi in quello che fai. Io sono potere. Ti rendi conto che hai il potere di decidere se sei pronto oppure no a fare il formatore. E non c’è nessuno che te lo deve dire.

 

R: Parlando anche di Casa Pace – cosa ci puoi dire di Casa Pace?

 

M: Casa Pace è una piccolissima associazione che si trova in Corvetto. Si occupa di pace, non-violenza, gestione dei conflitti e interculturalità in maniera ampia. È nata come associazione nel 2001 ed è stata formata di diverse associazioni che oltre al micro (formazione alla non-violenza, gestione dei conflitti, diversità, stereotipi, ecc.) si occupavano del macro (conflitti più ampi, analisi delle guerre, ecc.) C’erano dentro gruppi di azione non-violenta o il gruppo Pace S.Angelo – che si occupa di dialogo intereligioso, guerre ampie (Palestina, Kurdistan, Iraq, ecc.) ma anche di azioni dirette non-violente.

Io sono venuto là per fare un anno di Servizio Civile nel 2006. Però come tutte le associazioni, essendo fatta di volontariato, vive sull’onda dei movimenti e delle energie che sono legate ai movimenti. Quando sono entrato, stava morendo perchè non c’erano più energie da nessun movimento. Dopo Genova c’è stato il crollo dei movimenti. Io sento entrato là quando non c’era un cazzo. C’erano un sacco di competenze, un sacco di persone in gamba, ma poco nel concreto. Per cui ho cominciato a stare i primi 20giorni in ufficio chiuso a rispondere alle mail – quelle poche mail che c’erano. Per il resto non facevo niente. Allora mi sono guardato intorno e ho detto “Tutte queste competenza, che cosa ne facciamo?”. Mi hanno detto “Vedi tu.” E da quello si è creato tutto quello che Casa Pace è oggi. Siamo in tre a lavorarci e 6/7 volontari.

Abbiamo lo strumento potentissimo della mostra “Gli Altri Siamo Noi”, una mostra interattiva fatta a labirinto che occupa 200m2 con dei pannelli di legno compensato e pesantissimo (infatti montarla è stata una mazzata). I ragazzi si possono sperimentare e giocare sul tema dello stereotipo, del pregiudizio e della diversità. É un percorso interattivo, sono loro a scoprire certe cose attraverso giochi ed esercizi. All’ingresso di questa mostra ci sono due porte: una con scritto sopra “Io ho pregiudizi”, l’altra “Io non ho pregiudizi”. Una è aperta dietro ed inizia il percorso, l’altra è chiusa. I ragazzi devono scegliere in quale porta entrare. Molto spesso ci diciamo che non abbiamo pregiudizi, ma in realtà tutti ce li abbiamo, siamo pieno di pregiudizi. Non è possibile non averne. Tutti noi ci facciamo delle idee su qualcuno. Partendo dall’idea che tutti abbiamo pregiudizi cominciamo a lavorare e a capire come saperlo, accettarlo, e poterlo cambiare. Ci sono 8 sezioni che fanno parte di questa mostra. I ragazzi lavorano su un percorso di circa 2ore, entrano, giocano e si confrontano a coppie. Hanno un passaporto, un libricino, con degli esercizi in cui devono scrivere delle cose.

Poi abbiamo altri strumenti come i percorsi formativi nelle scuole superiori. Nessuno li faceva queste cose. Quindi ho preso in mano la cosa, a farlo, a proporrli, poi sono saltati fuori dei soldi per le scuole e con questi abbiamo potuto ampliare le attività.

 

R: E quindi lavorate maggiormente con i ragazzi?

 

M: Sì, il lavoro è con le elementari e le medie. Questa mostra va dalla quarta elementare alla terza media. E poi lavoriamo con le superiori con percorsi di metodologie attive, giochi-esercizi, per cui li facciamo giocare sulle dinamiche di gruppo, con giochi di ruolo. Dipende poi da cosa ci chiedono. Facciamo dei percorsi sulla diversità, sul bullismo, sulla differenza di genere. Questi sono i tre elementi principali.

Abbiamo inoltre un percorso sulla Palestina, come gioco di ruolo. Sono stato 7 volte in Palestina, a partire dal 2004. Ogni anno, da tre anni, facciamo un viaggio di conoscenza in Palestina dove portiamo dei gruppi di giovani a vedere la realtà palestinese ed israeliana. Tutte le realtà che promuovono la non-violenza. Facciamo 15/16 giorni con 25 ragazzi per conoscere le associazioni, per capire qual’è la realtà. Tutti i vari pezzi che compongono questa complessissima realtà che è la situazione palestinese ed il conflitto in generale.

E poi Teatro dell’Oppresso. Il Teatro dell’Oppresso è stato un’altra attività che ho portato perchè facendo politica, lavorando sull’empowerment, ecc. mi è sembrato utile far combaciare le due cose. Il Teatro dell’Oppresso sta anche all’interno dei percorsi formativi nelle scuole che proponiamo. Facciamo un percorso formativo sul bullismo con un forum sul bullismo in cui chiediamo poi ai ragazzi di sperimentarsi .

 

R: E nella tua esperienza con il Teatro dell’Oppresso – una tecnica di orgini culturali Sud Americane, di attivismo e politica – come viene accolta a Milano, com’è lavorare con questo strumento a Milano?

 

M: (ride) Difficile. Molto difficile. Molto complicato. È uno strumento che non è riconosciuto. La difficoltà principale sta nella creazione di un gruppo. Il Teatro dell’Oppresso è un teatro che nasce dai gruppi, dal lavoro comunitario. Lavorare in gruppo a Milano è veramente difficile. Perché non c’è la cultura di gruppo, non c’è l’idea della comunità. I tempi e gli spazi non permettono ad un gruppo di potersi trovare in uno spazio per provare. Se il tuo gruppo è formato da venti persone di cui 3 sono a Monza, due sono in quartiere Corvetto, tre a Gratosoglio trovarsi in uno spazio comune è difficilissimo. Le persone impiegano tempo, energia e risorse per potersi muovere.

In più a Milano è facile perdersi via fra migliaia di robe. È difficile di lavorare in gruppo, questo è molto italiano, però anche Milano non aiuta l’idea di lavorare in gruppo e condividere. Ognuno lavora per se, lavora in ufficio dove magari lavorano tutti da soli. C’è questa idea che io sono meglio degli altri e quindi quando lavori in gruppo c’è molta conflittualità all’interno del gruppo. Siamo poco abituati a lavorare insieme e costruire insieme un percorso.

L’idea generale che il teatro non è fatto da persone semplici ma da chi sa fare il teatro è molto diffusa. Quindi è già molto difficile porre il Teatro dell’Oppresso come teatro. Va bene finche lavori con i giochi-esercizi sulle emotività, sui singoli, ecc. ma quando fai uno spettacolo esce fuori il problema che la gente non si sente pronta. “Ma non so fare il teatro, ma non abbiamo fatto il teatro fino ad adesso, abbiamo solo giocato.” E tu dici che quei giochi sono teatro, sono il Teatro dell’Oppresso. Quello è teatro. Abbiamo lavorato con i giochi-esercizi, abbiamo lavorato su noi stessi e sulla nostra capacità di esprimerci verso un pubblico, di raccontarci o di esprimere qualcosa. Ma il gioco-esercizio non viene accettato come teatro, non è teatro finche non lo chiami teatro. Quando devi poi fare un forum, quando devi fare un qualcosa che invece entra nella dinamica del teatro, arriva il panico, il terrore da capriccio.

 

R: Però anche a Milano ci saranno state delle cose positive...!?

 

M: Anche a Milano ci sono tanti gruppi che fanno teatro. A Milano c’è un sacco di attività politica. C’è anche un sacco di interesse verso questo strumento.

 

R: L’esperienza più bella di questi anni, un progetto o uno spettacolo sul quale hai lavorato con Casa Pace?

 

M: Abbiamo fatto uno spettacolo con la LIVRES all’interno delle case popolari nel quartiere Stadera. Si chiamava “Stadera Città Aperta”. Più della metà dei partecipanti era dei cortili e delle case popolari. Abbiamo lavorato con loro in un percorso di lungo termine perchè loro imparassero gli strumenti per poi fare un forum sui problemi del cortile e della zona. Poi è stato messo in scena nei cortili della zona. È stato fighissimo perchè si è dato potere e strumenti alle persone che vivono nel territorio. La cosa assurda è stata che poi nei cortili sono venuti i bambini come spett-attori di un forum sulla tossicodipendenza. E i bambini ne sapevano più degli adulti. C’erano 30 bambini, dagli otto ai 13/15 anni, e venti adulti. Più bambini che adulti. Noi avevamo preparato uno spettacolo su problemi di spaccio all’interno di un cortile di una casa popolare della zona. I bambini intervenivano con coscienza del problema, non da bambini ma da persone adulte. Sostituivano persone adulte. Portavamo fuori idee, proposte e progettualità di cambiamento da persone adulte. Per noi è stato impressionante perchè all’inizio non volevamo fare il forum, un pò impanicati che ci trovavamo davanti ad un pubblico di bambini. All’inizio dello spettacolo guadavamo la platea nel cortile e c’erano questi bambini. Ma ci siamo buttati, abbiamo provato ed è andato benissimo.

Con Casa Pace mi è piaciuto molto fare un percorso di teatro con Roberto Mazzini che è durato 8 weekend. In uno di questi weekend abbiamo sperimentato il Teatro Invisibile. Siamo andati in giro per la metropolitana di Milano a presentare un Teatro Invisibile sulla questione Israele/Palestina durante la kermesse di Israele a Milano. Volevamo far parlare la gente di quello che succedeva, del fatto di questa kermesse e del conflitto Israele/Palestina in generale. È stato molto bello perchè nonostante il gruppo continuasse a cambiare, quel sabato si è butato e ha fatto un Invisibile in una giornata e mezza. Si è creata questa scena di Invisibile e ha funzionato benissimo sulla sulla linea rossa a Milano. Si rappresentava uno scontro tra un’attivista pro-Palestina e una signora che si fingeva della comunità ebraica di Milano e che si sentiva infastidita e attaccata. Molto spesso se sei pro-Palestina sei visto come antisemita. Lei prendeva i voltantini di questa attivista pro-Palestina e li lanciava in aria dicendo “Voi antisemiti, terroristi!” Questa cosa ha scattenato subito un dibattito assurdo sulla metropolitana. A un certo punto è arrivato un tipo dicendo “Io sono di Gaza, tu cosa ne sai!” Un altro: “No, ma io sono d’accordo con la Signora, voi siete terroristi.” È stato molto coinvolgente. Con un ragazzo ci siamo messi a parlare per mezzora sulla metropolitana, lui doveva scendere ma non è sceso aposta per parlare con noi e altre 5persone che si sono inserite nel discorso. L’abbiamo rifatto 4/5 volte in quella giornata.

Sempre con Roberto Mazzini, nello stesso percorso ma un altro weekend, abbiamo fatto un forum sulla precarietà a Cinisello Balsamo all’interno del 25aprile. Molto carino e molto bello. Più che altro le cose che sono venute fuori erano molto interessanti. È stato interessante vedere come si riesce a far prendere coscienza alla persone dello strumento. Questo mi è piaciuto molto.

Abbiamo collaborato tanto anche con la LIVRES. Ad esempio sul diritto alla casa alla fiera Fa La Cosa Giusta. Più che altro sono stati interessanti i processi che hanno portato alla creazione dei forum.

Nel 2009 abbiamo organizzato un percorso che si chiamava ‘Pepato’ (Participation Empowerment Peace Action through Theatre of the Oppressed). La mattina abbiamo lavorato con il metodo training esperienziale su che cos’è non-violenza, sulla gestione dei conflitti, intercultura e diversità. Il pomeriggio abbiamo usato il Teatro dell’Oppresso come strumento per lavorare su questi temi. È stato bellissimo perchè c’erano 5Palestinesi, 5Libanesi, 5Italiani e 5Cechi. Tutti insieme per 10 giorni abbiamo lavorato su questo tema con uno spettacolo finale di forum aperto.

 

R: Per finire una domanda più personale. Visto che stai partendo per la Repubblica Ceca, dove ti vedi fra un anno?

 

M: Nella Repubblica Ceca, spero. Anche con il Teatro dell’Oppresso.

Il Teatro dell’Oppresso è uno degli strumenti che mi piace. Ma in realtà mi piace qualunque cosa che dia potere alla gente. Mi piace lavorare in questo senso. Il Teatro dell’Oppresso per me è uno strumento di crescità personale e di crescità collettiva nei processi di costruzione di un qualcosa di differente. È molto utile come processo politico però non so se vorrò fare politica , se vorrò approcciarmi alla politica nel senso partitico. Dipende dai contesti in cui mi troverò.

 

R: Quindi come sogno ideale in quale contesto ti trovi fra un anno?

 

M: Mi trovo a lavorare con i ragazzi cercando di aiutarli nella loro crescità personale nel loro tempo libero. Nella Repubblica Ceca o dovunque sia.

 

R: Anche a Milano.

 

M: No, Milano no. Milano secondo me deve cambiare. Non mi ci vedo. Non riuscirei a lavorarci bene. Ho bisogno anche io di momenti di socialità in cui poter applicare certe cose. E non sono ancora in grado. Magari lo sarò ma per ora no.

 

R: Grazie!